Sandro Munari
Per molti guidare un'auto è una passione. Per
alcuni è una ragione di vita. E' il caso di Sandro Munari, noto
pilota veneto di Cavarzere, che ha dedicato un'intera carriera alle
auto.
Nel 1964, a soli 24 anni, Munari inizia a correre come
navigatore.
Nel 1966 entra nella squadra corse Lancia: un anno dopo vince il Tour
de Corse con la Fulvia HF, regalando a Lancia e a se stesso la prima
grande vittoria. Gara che rivince di nuovo nel 1976, sulla Stratos,
costituendo un’impresa che è ancora oggi un'esclusiva tra i piloti
italiani.
Nel 1972 vince il Rally di Montecarlo, sogno di tutti i rallyman, con
un successo tanto significativo ed importante da entrare nella storia
del rallismo, successo che conferma negli anni seguenti ('75, '76,
'77) con Stratos, costituendo un vero record storico.
Conquista nello stesso anno con la Ferrari ufficiale 312P la targa
Florio contribuendo alla vittoria del Campionato Mondiale Marche,
arrivando quarto alla 1000 Km di Zeltweg in Austria.
Nel '74 vince con la Stratos il Tour de France.
Nel '67 e '69 è Campione italiano di Rally, nel '77 Campione
mondiale.
Dopo aver vinto sulle strade di tutto il mondo, Munari ha smesso di
correre, ma non ha certo abbandonato la sua passione: ed è con lui
che è nata la scuola di guida sicura "Munari for Mercedes - Benz".
Una scuola dedicata a tutti gli automobilisti che vogliono imparare a
mantenere il controllo della vettura in ogni condizione di tempo e di
luogo. Conoscere le regole fondamentali, indispensabili per avere un
corretto comportamento di guida, che sono la base per creare una
cultura della stessa; senza la quale non si riuscirà mai a
raggiungere un grado di sicurezza sulle nostre strade che ci consenta
di limitare sensibilmente gli incidenti.
Un corso davvero esclusivo, certi che nessuno meglio di questo gran
campione possa comunicarvi l'entusiasmo, la tecnica e quelle
importanti regole di sicurezza nella guida che fanno grande qualsiasi
pilota
Quel 'Montecarlo' del 1976
Mancavano cinque o sei minuti alla partenza dell’ennesima prova di velocità, situata nel
bel mezzo delle Alpi francesi. Dalla cima del colle che dovevamo
scalare e scendere, ci informarono via radio che stava semplicemente
piovendo. Via libera quindi al montaggio delle gomme da bagnato. Ma un
minuto prima del via, la radio ricominciò a gracchiare:
« Attenzione,
attenzione: sta nevicando fortissimo! ».
Era troppo tardi per passare alle gomme coi chiodi: mi sarei
presentato in ritardo alla partenza e avrei rimediato un ritardo
certo. Potevo solo andare, rischiando e sperando. La prova era lunga
38 chilometri; la neve comparve dall’ottavo in avanti. Era la prima
volta che correvo con Silvio Malga come navigatore ed eravamo in testa
con 4'30" su Guy Frenquélin su Porsche. Salivo mettendo le ruote
ai lati della strada per cercare un po' di aderenza sull’erba. In
quel momento mi sentivo attanagliato dal panico di non riuscire a
raggiungere la vetta. Al di là della quale ci sarebbe stato ancora un
filo di speranza di poter tentare una rimonta. Avanzavamo a fatica
d’altra parte non poteva essere altrimenti, dal momento che le gomme
che montavamo in quel momento oltre a non esser chiodate avevano una
misura troppo larga (295 il posteriore e 205 l’anteriore). Gli altri
erano partiti qualche minuto dopo e per questo avevano fatto in tempo
a cambiare le gomme da pioggia con quelle da neve. Così molto presto
cominciarono a superarci diverse vetture. Senza chiodi alle gomme, era
una marcia da ubriachi. Alla fine, quei quattro minuti e mezzo si
erano volatilizzati e noi retrocedemmo in seconda posizione con un
distacco di 1" da Fréquelin. Waldegaard a sua volta era più
indietro. Non tutto era compromesso; certo che passare da un vantaggio
di quattro minuti e mezzo, accumulati rischiando curva per curva, ad
uno svantaggio, sia pure minimo, era duro da digerire.
La strada del « St.-Jean-en-Royans », così si chiamava quel colle,
aveva dato un colpo quasi mortale alla mia speranza di vincere per la
terza volta il famoso Rally del mondiale. Ma naturalmente non mi
arresi e all'ultima notte mi ritrovai ancora in testa con due minuti.
Questa altalena di vantaggi e di distacchi fa parte del gioco e crea
la «suspense » che non dura semplicemente due o tre ore, ma due o
tre giorni. E anche più. Sembrava fatta. Invece, al terzo passaggio
sul colle del Turinì (esaltante e temuto come era la Futa per la
Mille Miglia) mi si bloccò il cambio in quarta: un inconveniente che
a quel tempo non era raro sulla Stratos. Avevo davanti dodici
chilometri di salita e altrettanti di discesa. Il problema era quello
di riuscire a superare i tornanti e raggiungere il colle. In poche
parole mi trovavo di nuovo di fronte al problema che avevo superato a
fatica poco tempo prima le ragioni erano diverse ma la situazione la
stessa. I tornanti erano tutti molto stretti ed io disponevo soltanto
della quarta... Ma prima di perdere una corsa come il « Montecarlo »
solo perché ti si blocca il cambio, bisogna tentare tutto. Anche le
follie. Si stava avvicinando il primo tornante.

« Dobbiamo farcela — dissi a Silvio — altrimenti è la fine! ».
Entrai piano, per
effettuare una traiettoria più rotonda possibile, ogni centimetro
aveva la sua importanza. Credo di non aver mai curato tanto una curva
in vita mia. Diedi solo un filo di gas, i sei cilindri 4 valvole
rispose senza tentennamenti (l’importanza della coppia bassa) e un
colpetto o due di frizione per alzare il numero dei giri senza correre
il rischio di bruciarla. Un tornante era fatto, ne rimanevano ancora
undici. A quel punto la speranza di farcela era sensibilmente
aumentata. Piano piano, uno dopo l'altro, passarono tutti. La mia
Stratos si stava dimostrando davvero incredibile. Finii la prova a
circa un minuto da Waldegaard ma ancora con più di un minuto di
vantaggio. Restava però l’incognita di sapere se il guasto fosse
riparabile nei pochi minuti che avremmo potuto accumulare prima della
partenza dell’ultima prova speciale. Piombai all'assistenza ma, dato
che si trattava di un servizio d'emergenza, decisi di continuare e di
raggiungere l'inizio della successiva prova speciale dove sapevo che
c'erano dei meccanici in grado di compiere forse un miracolo. Il
nostro problema non era semplice: due forcelle del selettore si erano
accavallate. Bisognava smontare la protezione della coppa dell'olio,
svitare i bulloni della stessa, fare uscire l'olio bollente e
recuperarlo in un contenitore di fortuna in quanto non c’era
l’olio di scorta, toglierla, sbloccare le due forcelle, rimontare la
coppa, rimettere l'olio. Un intervento che, nelle condizioni in cui ci
trovavamo, richiedeva doti non comuni: tutto sotto la macchina
scottava, c'erano pochi minuti a disposizione, era notte e pioveva.
Arrivai un quarto d'ora prima della partenza per l'ultimo tratto
cronometrato, al di là del quale c'erano il traguardo di Montecarlo e
la vittoria. I meccanici erano stati avvisati via radio di prepararsi.
Non scesi nemmeno di macchina. Ferdinando Casarsa e Piero Spriano si
buttarono sotto la vettura. Sentii che qualcuno diceva:
« Dai che ce la facciamo! ».
Ero muto, intoccabile. Volevano che mangiassi qualcosa, ma trangugiai
solo un po' di acqua. Mi videro serrare le labbra in un atteggiamento
che mi è abbastanza usuale nei momenti di tensione. Non montarono
nemmeno la protezione della coppa dell'olio per guadagnar tempo.
Esattamente quattordici minuti dopo il mio arrivo, il cambio era
sbloccato. Ripartii forte, cercando però di cambiare con la massima
delicatezza per paura che quelle forcelle mi giocassero un altro
scherzo. Fu una sofferenza, ma quel « Montecarlo » non mi sfuggì.
Ho vissuto decine e decine di volte i momenti degli arrivi vittoriosi,
con la loro esaltazione e il loro stordimento, ma il trionfo di quel
gennaio 1976 non l'ho mai dimenticato. Forse perché mi sentivo
particolarmente in debito con Casarsa e Spriano: erano stati davvero
eccezionali.
Questo sicuramente è stato il “Monte” dove ho sofferto di più, nonostante la nostra evidente superiorità. Non era facile dal punto di vista mentale superare uno stress così elevato. A posteriori è certo che se non ce l’avessi fatta la mia storia sarebbe cambiata e non sarei stato il primo pilota a mettere insieme 4 vittorie nella gara più difficile e prestigiosa del mondiale.


